IL PUNTO DI PETRULLO. RENZI A UN BIVIO: GLORIA O DIMENTICATOIO

Una questione di vita o di morte. Non suscitiamo particolare richiamo fuori dei confini d’Europa, ma inglesi, per quanto brexati, e tedeschi mostrano un bell’interesse all’esito del referendum. Potrebbe covarci la fatidica gatta. Interessi superiori, metteteci chi volete dentro, ma qualcuno deve avere qualche obiettivo. Scartato che questo possa davvero essere trovarsi un senatore proveniente dalla banda del buco in bilancio della regione Basilicata, non resta che la persona di Renzi. All’Europa che conta e agli inglesi della finanza Renzi va più che bene, è indiscutibile. Che l’Italia, con un sì vincente, diventi uno Stato brillante, veloce, premuroso, snello, affascinante, dinamico ed efficiente, non ci scommetterebbe neanche un ubriacone incallito, figuriamoci gli strateghi europei. Quindi, al di là del fatto che la nuova Costituzione ce la beccheremo noi italiani, e soprassiedo dall’indicare dove, il voto di domenica è un voto pro o contro Renzi. Insomma Renzi si sta giocando tutto. Evidentemente aveva bisogno di dare questa dimostrazione di forza, altrimenti sarebbe stato da stupidi personalizzare il voto. Deve dimostrare a qualcuno che lui ha il paese in pugno, che può sconvolgerlo senza colpo ferire; deve munire il governo degli strumenti per  comandare, deve dare garanzie, altrimenti passerebbe, come sono passati prima Monti e poi Letta. Di qui la guerra all’ultimo colpo. Secondo il mio parere Renzi necessita assolutamente di una vittoria schiacciante, diciamo dal 57% in su, altrimenti continuerebbe a rimanere sotto esame. Figuriamoci se vincesse il No. Le teorie di un Renzi ripiegato sul partito da segretario sono favolette buone per prendere sonno. Chi lo ha messo lì, andandolo a pescare a Firenze, ha fatto un gesto di forza che non può essere ripagato con una striminzita vittoria e un paese spaccato. Deve dimostrare che la spaccatura è solo fra i partiti non nel paese. E che quindi, fatta la Costituzione, si può fare tutto, anche materialmente, senza intoppi, con i servi giusti al posti giusto. Queste le garanzie richieste. Poi, una volta vinto bene, potrà fare quello che vuole, dal dare un calcio nel sedere a D’Alema e sbatterlo fuori dai piedi, a portare il cugino nella Presidenza del Consiglio dei Ministri, fondare una banca nuova e togliere la pensione a chi sputa per terra; sarà solo indispensabile eseguire quei due o tre ordini precisi quando serve. Io non credo alla favola americana del Sindaco di Provincia che diventa primo ministro perché è bravo, per il semplice motivo che Renzi bravo non è e che ha fatto carte false per arrivarci, barando, colpendo alle spalle, vendendosi quello che aveva da vendersi, anche se stesso. Lì ce lo hanno portato di peso. E chi lo ha fatto è qualcuno o una combriccola di gente che davvero può. Io non sono però in grado di dire chi siano costoro, ma una idea di massima è facile farsela. Ricordo a me stesso che nella vita degli affari, della politica, non esistono terni al lotto, né meritocrazia. Esistono filiere di potere e punto, e ogni mossa è studiata a tavolino. Quel telecomando che alla sera manipoliamo sentendoci, per un momento, padroni del mondo, qualcuno lo maneggia per condizionare la vita di tutti, in senso lato certo. Sì, si può sfuggire a quel telecomando, ma ti aspetta una vita difficile assai. Ed è per questo che in Italia lo sport preferito è salire per primi sul treno del vincente. Perché passati per i domìni di mille stranieri, è come se avessimo tutti fatto il militare a Cuneo. Gli italiani sanno cromosomicamente come funziona, basta l’istinto per non sbagliare. Stupidi? No, ma bravissimi a sembrarlo.