IL PUNTO DI PETRULLO. LA DISTANZA FRA POLITICA E GENTE COMUNE NON E’ MAI STATA DISTANTE QUANTO OGGI.

luciano-petrulloLa politica, indifferente al segnale inviato dal 60 per cento della popolazione dei votanti, mai così numerosa a un referendum come domenica scorsa, è tutta incartata su se stessa per tirarsi fuori dalle secche di una sconfitta clamorosa, terrorizzata da un futuro prossimo che ne mette in discussione la stessa esistenza. Insomma, dopo la pantomima del voto referendario, ecco un’altra distrazione di massa: la legge elettorale. E la disoccupazione, le tasse, la povertà incalzante? Ne parliamo dopo, ora abbiamo da fare. Irresponsabili e anche inguardabili, giuro. Stanno ricurvi su loro stessi per stabilire le regole di un gioco, dimentichi della loro missione che sarebbe quella di farci vivere meglio. Perché questa è la ragione di esistere della politica, non altra. Ma ormai sfugge a tutti e siamo convinti che la politica sia un mondo a parte che vive, combatte, si azzuffa, chiamandoci solo quando ha bisogno di truppe che offrano la vita per loro. Vitalizio, non vitalizio, rimaniamo fino a maturarlo chè se no siamo scemi, questi gli argomenti di complemento di una classe politica fatta di avanzi della società attiva e che produce, autentiche sacche di assistenzialismo di lusso, autoreferenziali. Ogni tanto uno di loro si sveglia e proclama un “bisogna tornare fra la gente” confessando un rimorso di fondo, oppure tanto per dire una scemenza, non sapendo neanche più cosa possa significare. La politica è diventata una aristocrazia intoccabile, capace di sacrificarci tutti sull’altare della loro sopravvivenza e della loro ignoranza e della loro incapacità a fare quello per cui nasce e vive la politica, e cioè l’interesse generale. Confondere l’interesse generale con quello proprio o quello di poche lobby significa  mortificare il mandato del quale si sono impossessati, costringendoci a firmarglielo addirittura in bianco, se è vero, come è vero, che continuano a occuparsi di chi deve dare il la all’orchestra e non di come si deve governare e per far cosa. La superficialità, l’approssimazione che i mille giorni di Renzi hanno dimostrato, con il culmine di una riforma costituzionale scritta coi piedi, garbati quelli della Boschi, forse gottosi quelli di Verdini (questa è l’impressione che ho) danno la cifra dello stato dell’arte nella vita politica italiana. Personalmente ritengo che dopo Renzi chiunque potrebbe governare l’Italia. Dice “ma lui è un ottimo comunicatore”. Per favore basta. Uno Stato non ha bisogno di comunicatori ma di statisti, gente che abbia lo sguardo oltre lo specchio, che sappia prefigurarsi il futuro, e non quello prossimo, che sia dilaniato da mille dubbi e non pieno zeppo di certezze, e, alla fine, che sia una mente illuminata, non un venditore di pelli di daino, un comico da festa di piazza o un bullo che stazioni al bar mentre i passanti girano al largo. O no? Chiudiamola questa fase da diretta TV della vita politica italiana; provino a fare quello per cui sono strapagati e straprotetti e, ove mai dovesse ancora accadere che non si dimostrino all’altezza, che vadano a occuparsi di altro e che ci lascino in pace.